28 Febbraio 2025
Dalla fine dagli anni Settanta la realtà sanitaria del Goriziano è entrata nel vortice di un ridimensionamento crescente, che ha interessato soprattutto il nosocomio del capoluogo. Fino ad allora Gorizia e la sua provincia erano un’isola felice: c’erano quattro ospedali (Gorizia, Monfalcone, Grado e Cormons), e vi era soprattutto il riconoscimento del ruolo autorevole di un territorio che, in regione, quanto a vocazioni (culturali, turistiche, navalmeccaniche, e via dicendo), non è secondo a nessuno, tanto che, politicamente, negli anni Settanta eravamo rappresentati da tre assessori regionali, uno dei quali, Cesare Devetag, socialista, aveva la pesante delega alla Sanità.
L’istituzione delle Unità Sanitarie Locali portò alla nascita, nel 1980, dell’U.S.L. n. 2 “Goriziana”, con i suoi ospedali e tutto l’ambaradan dei servizi territoriali, che spalancò le porte a una serie di trasformazioni che calarono la ghigliottina sugli ospedali di Grado e di Cormons, portando alla dismissione di quello di Via Vittorio Veneto, e all’ipotesi di un nuovo nosocomio. La Giunta regionale ne approvò il progetto per 800 posti letto, che sotto le cesoie della legge 109 del 1988 (il Ministro della Sanità era il democristiano Carlo Donat Cattin), diventarono 470, assecondando le esigenze di “tagliare”, sulla spesa: il nuovo mantra della sanità.
Nel 1991 la Slovenia proclamò l’indipendenza, e la giunta regionale stanziò 90 miliardi delle vecchie lire per il nuovo ospedale, che doveva sorgere, con velleità transfrontaliere, in via Tuscolano, dietro al civile. Al tempo, circolava anche l’ipotesi, subito evaporata, di un presidio ospedaliero unico nella baricentrica Gradisca. Nel ’93, dopo lo tzunami Tangentopoli, il monfalconese Fasola, casacca Lega Nord, diventato assessore alla sanità, favorì il completamento del San Polo, dimezzando i famigerati 90 miliardi destinati a Gorizia, città con cui Fasola non aveva propriamente un grande feeling.
Si protestò mestamente, ma la città aveva ormai imboccato la strada della subalternità, salvo il guizzo di Ettore Romoli, che da assessore regionale alle Finanze, indirizzò 50 miliardi di lire sul nuovo ospedale goriziano, che nel tempo ha perso progressivamente competenze e servizi a vantaggio del San Polo.
L’11 luglio del 2014 la Serracchiani chiuse il Punto nascita del disgraziato nosocomio goriziano, senza un’adeguata reazione popolare e neppure politica. Ora, la paventata chiusura dell’Unità di terapia Intensiva cardiologica, che il nosocomio monfalconese dovrebbe invece mantenere, produrrebbe un effetto domino sulle altre specialità dell’ospedale goriziano, tale da portarlo sul ciglio del baratro, considerata la contestualizzazione dell’Unità stessa ad altri servizi indissolubilmente collegati.
Va ricordato che, nel 2017, si era materializzata – a parti inverse – la stessa preoccupazione: l’assessore regionale alla sanità Telesca si apprestava infatti a tagliare, tra le due Unità di terapia cardiologica, quella monfalconese, inducendo Annamaria Cisint a fiondarsi a Trieste per stoppare il provvedimento. Morale della favola: si mantenne lo status quo. Oggi speriamo in un accordo tra le due città e soprattutto tra i due sindaci, pensando che quello di Monfalcone sarà eletto in aprile. Chissà che insieme, mostrando coraggio, non possano modificare quello che sembra un destino segnato…
Articolo di Ermes Dosso
Gorizia3.0 è un’associazione culturale fondata da giovani studenti universitari e giornalisti che si propone di promuovere attività al fine di sollecitare una più attiva partecipazione civile, politica, culturale dei cittadini del Friuli Venezia Giulia e del territorio goriziano in particolare.
Sito curato da Elenia Natoli e Antonio Devetag
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