Gradiscani roseaues!

Tra paesi limitrofi aleggiava in passato un acceso campanilismo, e un sentimento di fiera appartenenza al paesello (che, per antonomasia, è tanto bello) animava i membri della comunità, al punto che – per esempio – il forèst che, valicando i confini, amoreggiava con l’indigena donzella doveva pagare pegno per condurla all’altare.

Spesso l’antagonismo prendeva una piega scherzosa, segnalata dagli appellativi dati agli abitanti dei borghi circonvicini: quelli di Romans, dal nome di un insetto molestissimo, erano diventati scussòns; gli abitanti di Versa (pantanârs) si trovavano nel fango fino al collo, e quelli di Fratta, indefessi mangiatori di frittata, venivano chiamati fortaiârs. I villessini, richiamandosi alle incolte piane che punteggiavano il paese, erano soprannominati blaudìns, pianta selvatica che azzanna le siepi. L’appellativo affibbiato ai gradiscani deriva – noblesse oblige – da una vicenda di rango più aristocratico, che raccontiamo.

Giuseppe II, imperatore d’Austria, figlio di Maria Teresa, che stava al clero come il diavolo all’acqua santa, per indebolire il potere del vescovo di Gorizia, trasferì d’imperio la sede vescovile a Gradisca. Papa Pio sesto, per quieto vivere, ingoiò il rospo e un bel giorno dell’anno 1789 (quello della rivoluzione francese) fece insediare a Gradisca monsignor Franz Philippe von Inzaghi. Alla morte dell’imperatore, il vescovo, presi armi e bagagli, si trasferì a Gorizia, determinando una situazione indefinita: la diocesi si trovava infatti ad avere una sede fattuale a Gorizia, e una nominale a Gradisca.

Dando un colpo al cerchio e uno alla botte, il papa ordinò che la stessa si chiamasse “Vescovado di Gorizia ossia Gradisca”: decisione pilatesca che prestò il fianco ai buontemponi, che non aspettavano altro per canzonare i gradiscani, invisi per l’aria di superiorità che li rendeva, ai loro occhi, dei palloni gonfiati da un blasone, invero consegnato loro dalla storia.

Gli incolti burloni li chiamarono roseauès, intendendo la congiunzione “ossia” come “ossi a” (il sostantivo “ossi” staccato dalla preposizione di luogo), stravolgendo così la dichiarazione del papa, fino a caricarla del significato che, a Gradisca, fossero rimasti solo gli ossi, privati della polpa da rosicchiare, ovvero – per metafora – del vescovado stesso. Ecco spiegata la nomea di roseauès che accompagna i gradiscani, che risolutamente l’aborrono.

Articolo di Ermes Dosso

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