19 Aprile 2025
Un capo indiano pellerossa a San Lorenzo, frazione amena di Fiumicello. Non è uno scherzo: Cervo Bianco, capo dei Tuscacora, tribù dei Grandi Laghi, arrivò per davvero – nel 1924 – nella Bassa Friulana sottobraccio alle contesse Melania e Antoinette, madre e figlia, che lo incrociarono in Costa Azzurra.
Le nobildonne rimasero folgorate dal suo fascino esotico e dopo averlo invitato a cena, gli riempirono le tasche di franchi. Sarebbero serviti a sostenere la causa degli Indiani d’America e quella, meno nobile, di sbarcare il lunario: il Governo lo aveva ridotto in braghe di tela, espropriandone proprietà e terreni, dove il petrolio scorreva vivace come le rogge che bagnano la campagna di Flumisel.
Il sedicente principe canadese era sbarcato a Liverpool con una troupe di indiani, inscenando uno spettacolo che arrivasse al cuore dei Governi europei, sensibilizzandoli ai diritti degli indiani Irokesi. Aveva trovato la gallina dalle uova d’oro nelle contesse austriache, entrambe invaghitesi di quell’aitante giovanotto, gioviale, brillante, capace di improvvisare discorsi in pubblico e di sostenere dibattiti nei teatri gremitissimi. Il quale, finito lo spettacolo, girava a bordo di pionieristiche cabriolet vestito da pellerossa, con in testa il multicolore casco di penne d’aquila di cinematografica memoria.
Così abbigliato, fu ricevuto dal Principe di Galles, e ricevette onori in Scozia, a Parigi, Marsiglia e Bruxelles, e tanti soldi dilapidati in feste ed elargizioni. Soprattutto quelli di Melania e Antoniette, che dopo la vacanza in Costa Azzurra lo condussero nella loro villa in Carinzia e poi a Trieste, dove soggiornò al Savoia Excelsior Palace, l’albergo più lussuoso.
Provato dalle feste e dai banchetti tergestini, le nobildonne, che ne finanziavano le iniziative, lo accompagnarono a villa Khevenhüeller, nella loro tenuta di San Lorenzo di Fiumicello, dove gli fu riservato il casino di caccia e – racconta lo storico Vico Bressan – ogni bendidio, compreso un purosangue che, da buon indiano, cavalcava a pelo, millantando l’imminente restituzione dell’enorme capitale congelato nel caveau di una banca inglese.
A Fiumicello per Edgar La Plante (il suo vero nome) le contesse ingaggiarono una sfida a suon di regali e di banconote lasciate sotto al cuscino, mentre lui iniziava un tour di incontri in tutta Italia, partendo da Aquileia e da Grado e toccando Fiume, Venezia, Bari, Napoli Firenze, Genova e via dicendo: un viaggio trionfale tra due ali di entusiasti estimatori, camicie nere, e scolaresche agitanti bandierine tricolori sulle note di Giovinezza.
La pentola fu scoperchiata dal fratello di Antoniette, quando i conti virarono sul rosso per effetto della montagna di bugie del presunto Cervo Bianco, dalla “personalità istrionica, mattoide, un bugiardo patologico”, come rilevò la perizia psichiatrica cui fu sottoposto. Riparato in Svizzera, a seguito dei debiti ivi contratti, fu condannato a un anno per truffa e false generalità.
Scontata la pena, venne estradato in Italia e processato a Torino, dove si prese altri cinque anni di galera. San Lorenzo di Fiumicello, che ha dato i natali all’illustre Ugo Pellis, si lasciò presto alle spalle l’inaspettata notorietà generata dai reporter e dai fotografi accorsi da tout le monde, riconquistando i consueti, paciosi silenzi che lo avvolgono.
Articolo di Ermes Dosso
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Sito curato da Elenia Natoli e Antonio Devetag
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