Marin e l'amico di San Lorenzo

Il grande cuore di Biagio Marin custodiva un amico speciale: il maestro Luigi Zoffi di San Lorenzo, conosciuto nell’incarico di ispettore scolastico provinciale durante la sua visita agli insegnanti del distretto gradiscano.

Nella circostanza, ne riscontrò un feeling immediato, eternato – rivela il poeta – dalla condivisa “devozione all’ideale” e dalla sensibilità poetica dell’amico, al cui giudizio sottopose spesso i suoi versi. Non quelli de “La Casa dell’amico” – “piccola e lusente”, con l’ “ortiselo” -che Biaseto dedicò a Zoffi, il quale – disse il suo compaesano, lo storico Camillo Medeot – “ha fornicato spesso con le Muse”, anche se fu nelle prose che più si distinse. E’ la stessa casa che egli visitò una mattina tersa di settembre, quando sceso dal treno a Capriva, percorrendo a piedi la provinciale nel silenzio rotto dal rombo infrequente di qualche motore, raggiunse San Lorenzo, accolto dall’amico friulano nella sua dimora francescana, “linda come la sua anima e splendente degli occhi dei suoi bambini”.

La quale segnalava una povertà buona e dignitosa: del resto – sottolineò il poeta, citando Socrate nel ricordo di quella “Domenica friulana” pubblicato il 16 maggio 1948 su Il Messaggero Veneto – “chi ha il cuore pieno delle immagini degli dei non può avere le tasche piene di denaro”. E il maestro Luigi Zoffi, che aveva Dio nel cuore ed era inebriato di serenità, in tarda mattinata lo accompagnò alla Santa Messa officiata da Don Giovanni, che Marin già conosceva perchè amico di suo padre. Il parroco lo volle a pranzo, mentre al caffè venne anche Zoffi; allora fiorirono conviviali discorsi “maturati nella sofferta quotidianità della campagna”, in anime che avevano “la grazia di un ritmo largo e di un tempo spaziato”.

Poi si trasferirono nella scuola del paese, godendo di alcune villotte cantate – a coronamento del pranzo amicale – dal coro dello stesso Zoffi, che guidava i cantori agitando le sue magre mani di asceta. Erano presenti anche imaestri Miani di Mossa e Pian di Villesse, educatori – denunciava Marin – spesso abbandonati dai potenti e dalle stesse autorità scolastiche, logorati “nell’isolamento culturale e nella miseria materiale”. Bevendo qualche bicchiere di buon vino, poiché era domenica, “gli uomini avevano trovato nel canto amoroso la loro evasione”.

Intanto, “era morto il giorno e s’era levata la luna”, e così venne l’ora di raggiungere Capriva, “che si crogiolava nella sua insenatura tra i colli”, per salire in treno e tornare a Gorizia “ebbro di tanto bene avuto” in quella semplice, ma intensa “Giornata in Furlania, tutta d’oro!”.

Articolo di Rossella Dosso

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