STORIA DI GORIZIA

XVI SEC.

DI ANTONIO DEVETAG

L'Aquila e il Leone

Il 12 aprile 1500, il conte Leonardo di Gorizia–Tirolo morì nel castello di Bruck presso Lienz. Ai rivali storici, i Patriarchi di Aquileia, i Conti goriziani riuscirono quindi a sopravvivere ottant’anni. Nella tomba, allestita all’interno della chiesa parrocchiale di Sant’Andrea a Lienz, venivano calati l’elmo e lo scudo della stirpe mainardina estintasi per sempre. La Contessa Paola, secondo l’ipotesi più accreditata e sostenuta ad esempio con concreti indizi dalla studiosa goriziana Attilia Colombo, riposa invece in una tomba comune sotto il Duomo di Gorizia, secondo i dettami della Confraternita religiosa di cui era fedele adepta. Come abbiamo riferito, nel 1474, Leonardo aveva rinnovato il trattato di successione con gli Asburgo. E proprio in virtù di questo trattato, nel 1500, alla morte di Leonardo, si avvarrà l’imperatore Massimiliano I d’Austria nonostante le proteste di Venezia. La Serenissima e gli Asburgo si ritroveranno così a dividere direttamente le frontiere, e il conflitto divampò inevitabile. Venezia conquistò Gorizia nel 1507 e la tenne per circa un anno. In questo lasso di tempo, Venezia operò importanti mutamenti difensivi alle mura e ai bastioni del castello, abbattè il grande mastio e impostò le difese murarie secondo i criteri della guerra moderna. Gorizia ritornò agli Asburgo nel 1508. Tranne la breve parentesi napoleonica, la casa asburgica tenne la città fino alla Prima guerra mondiale.

Anche se è il 1492 che per convenzione segna la fine del Medioevo, a Gorizia l’Età Moderna comincia nel 1500, dopo la morte senza figli del Conte Leonardo. La sua eredità, possedimenti che andavano almeno nominalmente da Lienz a Gorizia, era contesa da tempo dalle potenze che avevano preso il sopravvento in quei secoli nel Nordest d’Italia, ovvero la Repubblica di Venezia e il Sacro Romano Impero in mano agli Asburgo. Dopo un periodo tra il XIII e il XIV secolo in cui la Contea di Gorizia era riuscita a conquistare uno status autonomo (coniava monete, muoveva guerre, governava territori) acquisendo il prestigioso ruolo di Principato nell’ambito dell’Impero germanico, Gorizia e il Goriziano diventavano terra di confine, di conflitto e di conquista, epicentro di guerre che sono durate fino al ‘900. Dunque, alla morte di Leonardo, di tre anni successiva a quella della moglie Paola Gonzaga, Massimiliano Primo d’Asburgo, Imperatore del Sacro Romano Impero colse immediatamente l’occasione di far valere l’accordo siglato dal Conte di Gorizia in Val Pusteria nel 1474, in cui Leonardo alla morte senza eredi si impegnava di lasciare la Contea a Massimiliano d’Asburgo. Un patto contestato e messo in dubbio dai Veneziani, che nel 1424 avevano ottenuto il solenne atto di sottomissione dei Conti di Gorizia da parte di Enrico IV, padre di Leonardo. La cerimonia avvenne in Piazza san Marco e il fatto è ricordato nel grande affresco del pittore cormonese Gigi Castellan che abbellisce la sala del consiglio comunale nel Municipio di Gorizia.

La Serenissima aveva già cominciato alle fine del ‘400 a occupare territori della Contea puntando soprattutto su Gradisca con la giustificazione di far fronte alle devastanti incursioni dei Turchi. Ma alla morte dell’ultimo conte anche Massimiliano Primo rivendicò i suoi diritti sulla Contea inviando trecento cavalieri a occupare Gorizia. La scintilla per una guerra aperta si accende nel 1508 quando la Serenissima nega il permesso recarsi a Roma a Massimiliano e alle sue truppe per l’incoronazione da parte del Papa Giulio Secondo. L’espansionismo veneto preoccupa le potenze europee che corrono al riparo con la Lega di Cambrai, cittadina non lontana da Parigi, dove nasce un’alleanza europea contro Venezia, di cui sono protagonisti tutti i potenti di allora: Massimiliano Primo, il Re di Francia Luigi XII, quello di Aragona Ferdinando II, il papa Giulio Secondo, il duca di Ferrara Alfonso d’Este, Carlo II duca di Savoia, Francesco Gonzaga Marchese di Mantova e per finire il re d’Ungheria Ladislao secondo.

L’accordo era quello di togliere a Venezia tutti i possedimenti di terraferma. Il trattato prevedeva, una volta piegati i Serenissimi, la cessione a Massimiliano anche del Friuli e dell’Istria, mentre la Dalmazia era prenotata dagli ungheresi. Ma battere IL Leone Alato non era facile. Mentre i francesi sbaragliavano le forze veneziane nella battaglia di Agnadello e i ferraresi distruggevano la sua flotta a Polesella, massacrandone i marinai superstiti, il condottiero della Serenissima Bartolomeo d’Alviano sconfisse gli imperiali in Cadore e subito dopo rivolge le sue “attenzioni” a est. Le armate veneziani si impadroniscono il 5 marzo di Pordenone e Belgrado (oggi frazione di Varmo, quindi sulla riva sinistra del Tagliamento).

Circa un mese dopo, il 9 aprile, si presenta con mille cavalieri e novemila fanti alle porte di Cormons le cui difese si avvalevano allora di un poderoso castello di cui resta il celebre torrione sul Monte Quarin. Il comandante austriaco del forte è Giorgio Hoffer che resiste eroicamente, ma solo per un giorno. Bartolomeo d’Alviano saccheggia la città e fa strage dei cormonesi che vengono infilzati a “fil di spada”. Bartolomeo d’Alviano non si ferma e dirige le sue truppe verso Gorizia, che dopo un assedio implacabile con il corollario di fuoco di bombarde che sparavano palle di ferro di quasi 50 chilogrammi si arrende dopo pochi giorni. Il 22 aprile il Provveditore veneto Cornaro issa sul nostro castello il vessillo del Leone Alato. Ma il “blitzkrieg” veneziano non si conclude qui: gli eserciti del d’Alviano conquistano in veloce successione anche Vipacco, Duino, Trieste arrivando fino a Fiume. Il periodo veneziano di Gorizia è scarsamente ricordato dalle fonti austriache ma un documento riportato dallo storico Silvano Cavazza ci riferisce che il 10 maggio del 1508 una delegazione di notabili goriziani di cui facevano parte anche Gian Febo Della Torre, Cristoforo Rassauer, Bernardo Rabatta prestarono giuramento di fedeltà alla Repubblica Veneta. La fedeltà agli Asburgo, insomma, era a Gorizia piuttosto fiacca: nella stessa situazione a Pordenone l’intera classe dirigente da sempre vicina agli Asburgo aveva preferito la via dell’esilio piuttosto che sottomettersi alla Serenissima.

Massimiliano Primo non tarda a reagire: già nella primavera del 1509 Massimiliano mandò tre armate agli ordini del Duca di Brunswich, Cristoforo Frangipane, Cristoforo Rauber che riprendevano il dominio di Trieste, Duino, Gorizia e Cormons, lasciando per il momento ai Veneziani la fortezza di Gradisca e la Rocca di Monfalcone. Il dominio veneziano di Gorizia è durato poco più di un anno. In questa fase della guerra anche gli Imperiali si macchiarono di atrocità: terribile l’episodio di Muzzana in cui su ordine del Frangipane furono cavati gli occhi a duecento paesani considerati ostili (accecamento totale degli anziani, parziale dei giovani, taglio di dita a scelta della soldataglia). Una crudeltà tale che nel 1513 l’aristocrazia goriziana pregò Massimiliano Primo di tenere lontano il Frangipane da Gorizia. La guerra fu anche mediatica, con Massimiliano Primo arrabbiatissimo perché venuto a conoscenza che nelle calli di Venezia lo si canzonava anche per il suo aspetto fisico, il celebre “mento asburgico” più veneticamente chiamato “sbessola”. Fece stampare quindi un editto in lingua italiana in cui si invitava la popolazione veneta a liberarsi dalla “insopportabile oppressione della Serenissima”. Ma questi anni furono una sorta di guerra civile friulana con le stragi del Giovedì grasso del 1511 a Udine tra sostenitori della Serenissima e fedeli degli Asburgo (vedi box), le vendette dei Cividalesi verso i cormonesi, i quali a loro volta si macchiarono dell’incendio di Cervignano.

Intanto la Lega di Cambrai si era sciolta per la diffidenza del Papa Giulio II nei riguardi della Francia. Il cosidetto “Papa Guerriero”, e anche straordinario mecenate di Michelangelo, Bramante e Raffaello, crea la Lega Santa con i re di Spagna e d’Inghilterra, alleandosi anche con l’ex nemica Repubblica di Venezia. Gorizia in questi nuovi assetti europei perdeva importanza: non erano neppure chiari i confini e i possedimenti dell’ex Contea. Alla morte di Massimiliano, che aveva assicurato alla nobiltà goriziana gli antichi statuti assicurando una certa formale autonomia a Gorizia l’Impero passò a suo nipote Carlo V padrone dei Paesi Bassi, del Sacro Romano Impero con le sue propaggini italiane, tra cui Gorizia, la Spagna, l’Austria, enormi territori nel Nuovo Continente. Gorizia era solo un granello in un Impero su cui “non tramontava mai il sole”. Ma di pace neppure parlarne. Restavano irrisolte molte questioni territoriali: Pordenone e Latisana erano rimaste a Venezia, così come Monfalcone; gli austriaci imperavano invece a Cervignano e Aquileia. Per la Serenissima la vera spina nel fianco erano Gradisca e Marano: quest’ultima venne conquistata con un colpo di mano nel 1543. Sull’appartenenza di Gradisca fu istituita una commissione bilaterale. I Veneziani offrirono anche cospicue somme di denaro agli Asburgo, che furono tentati di cederla. Chi si oppose strenuamente furono i goriziani. Rimase austriaca e per creare un contrafforte, la Serenissima iniziò nel 1593 la costruzione di Palmanova, miracolo architettonico del tardo Rinascimento italiano: i lavori della prima cerchia di mura si conclusero nel 1623.

Il primo trentennio del ‘500 fu segnato per il territorio friulano e isontino da continue guerre, battaglie, massacri: i decenni successivi non furono così turbolenti. Una tregua che permise anche un certo sviluppo economico. A Carlo V che una leggenda mai confermata racconta sia passato per Gorizia, successe Ferdinando Primo che preservò in linea di massima i diritti e le istituzioni dei Conti: Gorizia riuscì a ottenere una certa autonomia. Nel 1542 nominò Capitano di Gorizia Francesco della Torre, il quale cominciò alacremente a riordinare la Contea fino ad allora in una condizione amministrativa di grande anarchia. Dopo pochi giorni dalla nomina dispose la dichiarazione dei beni fino allora mai tassati: poi ordinò che gli Stati Provinciali si riunissero ogni venerdì; fece costruire un Granaio pubblico e soprattutto di un palazzo degli Stati Provinciali (oggi Questura). Sistemò le strade che portavano a Gorizia, facendola diventare uno snodo commerciale importante incrementando anche il mercato dei bovini e il lucroso commercio del Terrano e dei vini del Vipacco e del Collio (Wippacher und Egkhwein). Godendo di una relativa pace, nella seconda metà del ‘500 la città cambiò rapidamente fisionomia: il miglioramento dell’economia favorì una forte immigrazione di veneti e lombardi, protagonisti nei settori artigianali e commerciale. Un’immigrazione così forte che le autorità goriziane, preoccupate, chiesero un’ispezione alle autorità dell’Austria Interna che sotto il dominio del figlio di Ferdinando Primo, l’arciduca Carlo Secondo, comprendeva la Stiria, la Carinzia, la Carniola, l’Istria, Gorizia, Trieste e Fiume: un vero e proprio Stato. L’inchiesta confermò il grande afflusso dal Settentrione d’Italia. Gorizia in ogni caso, anche per i tempi, era una piccola realtà. Quando si contò nel 1566 aveva 2367 abitanti (vedere box sottostante), con una incredibile abbondanza di aristocratici, come oggi di Cavalieri un’aspirazione al titolo che è una costante della storia cittadina. Soprattutto sotto Ferdinando Primo e successivamente con l’arciduca Carlo la nobiltà goriziana si consolida anche grazie a innesti lombardi e assume importanza amministrativa con i Della Torre (dei rami Santa Croce e Valsassina), i Dornberg, i Cobenzl, i d’Attems, i Lantieri, i Formentini, i Coronini, gli Strassoldo.

Ma qual’era la situazione amministrativa a Gorizia nel XV e XVI secolo? Nella conoscenza della situazione amministratva a Gorizia, disse qualche anno fa lo storico Silvano Cavazza, nel catalogo Divus Maximilianus* “siamo rimasti ai tempi di Rodolfo Coronini e di Carlo Morelli”. E lì siamo ancora. E allora ci domandiamo e domandiamo soprattutto al sindaco e alla sua giunta perché non approfittare della Capitale Europea della Cultura per avviare una nuova fase di studi sulla storia di Gorizia, alla luce delle non poche novità che sono fuoriuscite – ovviamente casualmente – dagli scavi in Corte Sant’Ilario, in cui la fuoriuscita di un ottagono (un piccolo battistero?) prontamente e sciaguratamente sepolto, che appare per l’unica volta nella carta del Vintana che pubblichiamo in questo inserto. Una storia che riguarda tutto il territorio chiamato Goriziano e che quindi interessa direttamente anche i vicini sloveni.

 

*Divus Maximilianus è oggi introvabile perché le copie del prezioso catalogo, insieme ad altre pubblicazioni del periodo in cui era sindaco Gaetano Valenti (1994-2002) sono state gettate nei rifiuti durante l’amministrazione Brancati. La notizia uscì su Il Piccolo nel 2005, nel silenzio assoluto degli illustri rappresentanti della cultura goriziana.

La Gorizia del '500
Lo scippo dei cataloghi

Il censimento del 1566

Probabilmente per fini fiscali nel 1566 i goriziani si contano. Questi i risultati:

Nobili (maschi e femmine)

219

Putti e putte nobili

81

Maschi

539

Donne

596

Bambini

343

Bambine

354

Le zone "fora" città

265

Gorizia conta in totale 2397 abitanti. I borghi sono contati a parte. San Rocco conta 304 abitanti (172 adulti e 132 minori); Lucinico 480 (272 e 208); Sant’Andrea 173 (85 e 87); Salcano è la più popolata: 708 in totale (364 adulti e 344 minori). Gli aristocratici sono numerosissimi ed equivalgono al 12,5% della popolazione goriziana. Cormons nello stesso censimento conta 1645 abitanti e “solo” 125 nobili.

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