31 Ottobre 2024
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Il 2 settembre del 1883 aleggiava su Gorizia una brezza lievissima e un cordoglio profondo: quello dei legittimisti, arrivati a frotte per l’ultimo saluto al conte di Chambord. Al grido di Le Ròi est mort, vive le Roi! impugnavano bandiere e stendardi con i tre gigli nello stemma e portavano a Enrico V, il re senza regno, sacchetti di terra da tutti i dipartimenti di Francia. Temperata da un clima gentile, la città era diventata il terminale dell’esilio angoscioso di Carlo X, fug-gito dalla Rivoluzione, peregrinato in Scozia e poi nel maestoso castello reale asburgico di Praga.
Il 15 ottobre del 1836, giunti in riva all’Isonzo dal Ponte del Torrione, i Borbone dimorarono nei palazzi Coronini e Strassoldo, e Carlo X, morto di colera qualche manciata di giorni dopo, riposò per sua volontà sul colle boscoso della Castagnavizza, nel Monastero francescano che guarda sulla valle dell’Isonzo e che nel 1947 passò dall’Arcidiocesi di Gorizia a quella di Capodistria, quando le cesoie del Trattato di Pace ridussero drasticamente il Goriziano a vantaggio della ex Jugoslavia.
Enrico V, nipote di Carlo X, che aveva abdicato a suo favore, immaginando vicina la fine dei suoi giorni, fece costruire agli inizi dell’83 una cripta che lo accoglie con la moglie e sua sorella Maria Luisa, duchessa di Parma, assieme a Carlo X (che nel monastero già riposava), a suo figlio, il duca d’Angoulème, e alla consorte, figlia di Luigi XVI e di Maria Antonietta. A Gorizia i Borbone soggiornarono stringendo rapporti proficui con le personalità culturali e politiche cittadine, e – raccontano le testimonianze giornalistiche – furono particolarmente caritatevoli verso i ceti emarginati.
Dopo la morte del conte di Chambord, la presenza in città dei Borbone finì quando la vedova di Enrico V, Maria Teresa d’Asburgo d’Este, si spense a Palazzo Lantieri, tre anni più tardi. An-ton von Mally nei suoi “Ricordi goriziani” ne parla come di una donna minuta che, debole d’udito, teneva sempre tra le mani un cornetto acustico. Faceva – racconta l’autore – opere buone e regali per Natale agli orfani e “godeva presso i Goriziani di grande venerazione”. In occasione dei suoi funerali solenni le campane delle chiese goriziane suonarono per più di mezz’ora.
Gorizia nel 1840? “Una città meschina di diecimila anime” e “una popolazione in genere né bella né pulita”: così apparve Gorizia al conte Francois de la Rochefoucauld, qui giunto per fare visita alla tomba del suo Re, Carlo Decimo, sepolto alla Castagnevizza. Veniva dai fasti parigini, questo Francois che descriveva una città “circondata da montagne sterili che sembravano additare l’ultimo confine del mondo”. Fortunatamente le cose cominciano a cambiare in meglio a metà del secolo, grazie a un certo sviluppo industriale portato dalla famiglia Ritter: la storia la trovate sul nostro sito.
Comunque sia parlando di Gorizia, si pensa in genere alle relazioni con il mondo tedesco, considerati gli oltre quattro secoli d’appartenenza ai domini asburgici, e – naturalmente – a quello slavo; ma soprattutto all’intreccio di culture, tra cui quella friulana ed ebraica, che rappresenta per la piccola città di frontiera, uno degli esempi più fulgidi e originali di convivenza nella pluralità culturale e linguistica, che registra anche la presenza dei Borbone, sepolti sul colle – oggi sloveno – della Castagnavizza, diventato una sorta di capitale per i legittimisti borbonici e per i francesi nostalgici dell’ideale monarchico.
Per Gorizia e Nova Gorica, destinatarie del riconoscimento altissimo di Capitale Europea della Cultura, la presenza stessa tratteggia un luminoso tassello nel mosaico di un patrimonio storico e culturale straordinario.
Articolo di Rossella Dosso
Gorizia3.0 è un’associazione culturale fondata da giovani studenti universitari e giornalisti che si propone di promuovere attività al fine di sollecitare una più attiva partecipazione civile, politica, culturale dei cittadini del Friuli Venezia Giulia e del territorio goriziano in particolare.
Sito curato da Elenia Natoli e Antonio Devetag
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