Alla fine del ‘700 l’Illuminismo aveva da tempo gettato le basi per minare un ordine sociale che durava dal Medioevo, dominato da una classe aristocratica che viveva in uno stato di assoluto privilegio. Intanto si faceva largo anche nell’Impero Asburgico la classe borghese, che avrebbe egemonizzato di lì a qualche
decennio. Gorizia sonnecchiava in quest’angolo di mondo, fuori dalle grandi correnti culturali del tempo, cullata da un relativo benessere, garantito dal solido apparato statale degli Asburgo, semmai ricordando con malinconia l’Imperatrice per antonomasia, Maria Teresa, benefattrice storica della città.
Era il 16 marzo 1797 quando nel corso della Prima Campagna d’Italia i satanassi di francesi, terrore dei regnanti europei, sbaragliarono gli austriaci nella Battaglia del Tagliamento. Due giorni dopo avevano preso Udine. Gorizia tremava: di fronte al mondo nuovo della Rivoluzione del 1789 era nata già da anni una martellante campagna antifrancese. Dall’epoca dei Lumi, che Gorizia aveva sfiorato, si passava al Romanticismo, dalla Ragione e dall’ Encyclopédie al culto dell’Eroe e a Beethoven, dall’universalismo all’appartenenza di sangue e di razza. La tempesta napoleonica è anche il prologo dei nazionalismi. La propaganda contro i “giacobini” senza Dio fu gridata dai pulpiti delle chiese del Goriziano con la mobilitazione di preti, vescovi e cardinali a sostegno dell’aristocrazia e del clero, ovvero le classi più minacciate dalla demoniaca triade “Liberté, Égalité e Fraternité”.
Ecco il discorso del rettore delle scuole pie Jaroslao Schmidt, da una raccolta di prediche della Biblioteca provinciale: “I francesi non soltanto vogliono la distruzione dei vostri corpi e della vostra felicità terrena, ma vogliono guastarvi e farvi perdere l’anima. Essi distruggono la felicità di interi popoli, uccidono i re, violentano e disonorano le vostre donne e le vostre figlie, vi tolgono i figli che essi pongono poi nelle prime file dei loro eserciti, delle loro bande di ladroni e rapinatori o li costringono a combattere contro di voi con i cannoni, li fanno insomma parricidi. Non crediate goriziani che io sogni. Se non mi credete aprite pure le porte ai francesi e vedrete se io vi ho detto il vero. Le vostre saccocce vuotate, le vostre figlie violentate, i vostri altari devastati vi persuaderebbero e direste che io non fui falso profeta. Perciò levatevi e impugnate le armi, lottate tutti. Impiegati, contadini, sacerdoti e cittadini sollevatevi contro gli spergiuri francesi, assetati di sangue che vi richiedono la guerra Santa e voi Patrizi di Gorizia non potete tollerare che il Franco vi diseredi, che incendi i vostri castelli che vi onori dell’uguaglianza dei mendicanti. Io vi consacro oggi sacerdoti di Dio per le vostre battaglie.” In quest’atmosfera tremebonda “fu organizzata – come scrisse Carlo Luigi Bozzi – una deputazione goriziana a Vienna per avvertire l’Imperatore di tutto il pericolo che corre la Contea Goriziana”. L’effetto della delegazione fu che il governo viennese impose uno “straordinario sussidio di guerra” per allestire le difese contro i francesi.
Diecimila fiorini chiese Vienna a Gorizia. Dal Friuli alla Valle dell’Isonzo, venne sollecitato a contribuire anche il “Quartum Genus Hominum” ovvero i pochi operai e i molti contadini, che preti e nobili credevano essere più sensibili alle istanze rivoluzionarie. Ma la cifra, “per quanto esigua”, riferisce il Bozzi, non fu raccolta.
La sveglia arrivò a Gorizia più o meno all’ora di pranzo del 20 marzo del 1797. Preceduta dai resti dell’armata dell’arciduca Carlo, una squadra francese di Cacciatori a cavallo irruppe dal Ponte del Torrione: erano agli ordini di Napoleone, che arrivò in città il giorno dopo, prese alloggio in palazzo De Grazia e nominò sic et nunc un governo provvisorio di dodici persone lanciando un proclama con la data: 1° Germinale, Anno V. Un’epoca era finita. Ma Napoleone a Gorizia non ha tempo per fare rivoluzioni. Evita problemi con i petulanti nobili e con la Chiesa perché non può immobilizzare soldati per mantenere l’ordine pubblico. Manda messaggi rassicuranti, non toglie le aquile imperiali dagli edifici. Si incontra anche con il clero.
Napoleone non ha ancora i mezzi militari per stravincere. Nel trattato di Leoben, cittadina a nord di Graz, cede all’Austria, alle province conquistate e alla Lombardia, accontentandosi di Bergamo e Crema, strappate peraltro alla neutrale Repubblica di Venezia, ormai ridotta al lumicino.E’ solo il prologo di Campoformido, dove il 17 ottobre 1797 Francia e Austria si accordano anche sulla definitiva fine della Serenissima, i cui domini veneti e friulani vengono ceduti agli Asburgo in cambio della Lombardia, con Milano che diventa capitale della Nuova Repubblica Cisalpina. Scossoni geopolitici che fanno sì che le contee di Gorizia e Gradisca ridiventino un semplice Circolo, assoggettate a Lubiana.
Il 2 dicembre 1804 Napoleone, dopo essere diventato Imperatore del Francesi a Parigi, si autoproclama l’8 maggio del 1805 Re d’Italia nel Duomo di Milano ponendosi sul capo la Corona Ferrea, scolpendo nella storia la famosa frase “Dio me l’ha data, guai a chi la tocca”. Riprende la guerra e il 17 novembre1805 riecco i francesi a Gorizia, guidati dal celebre generale Massena. I goriziani sono nuovamente assoggettati ai francesi, ma questa volta senza soverchi timori. Anzi, con una certa ammirazione, il cartografo Giovanni Antonio Cappellaris, che fu presente alla sfilata delle truppe francesi per le vie di Gorizia, scrive sul suo diario: “si vide con meraviglia che gli ufficiali tenenti sino ai capitani non osano avere né bagaglio né cavall,i né carri, né donne” e mette in raffronto la semplicità dei francesi con “gli sfrenati eccessi commessi nella ritirata dagli austriaci a danno delle povere popolazioni rurali, cui rubarono in cambio di abbondanti bastonate carri e buoi”. Egli pone inoltre in evidenza la banale vanagloria degli ufficiali dell’esercito i quali “conducevano con sé anche le donne oltre al numeroso e inutile il bagaglio che ingombrava e attardava il loro movimenti”.Dopo le trattative il confine tra Regno d’Italia e Impero Asburgico viene fissato sul corso dell’Isonzo. Gorizia rientra sotto l’Austria ma perde il territorio più propriamente friulano della sua Contea. Napoleone nel 1809 conquista Vienna. Il giorno stesso della cosiddetta pace di Schönbrunn, firmata il 14 ottobre 1809, Napoleone crea le Province Illiriche di cui fanno parte il Circolo di Gorizia, con Trieste, l’Istria e Fiume. Lubiana ne è la capitale.
L’epopea napoleonica, dopo l’immane tragedia della campagna di Russia, finisce a Waterloo.
Ma com’era la situazione demografica di Gorizia nei primi decenni dell’800? Ci rifacciamo alla tesi di laurea recentemente presentata dalla giornalista Rossella Dosso: “un prospetto del 1811, periodo in cui la città era sottoposta alle Province illiriche, ci segnala che essa aveva, compresi i borghi periferici, 8.489 abitanti e 836 case, mentre nell’intero cantone di Gorizia, composto dal territorio esteso dall’altopiano di Tarnova alla valle del Vipacco e al Carso, gli abitanti risultavano 19.382 e le case 3.492. Sempre nel 1811 il territorio suddiviso in cantoni (Gorizia, Santa Croce, Vipacco, Tamai, Canale d’Isonzo, Tolmino) contava 87.246 unità. Si tratta di dati riferiti a circoscrizioni la cui estensione territoriale, tra guerre e paci, fu soggetta a mutamenti di grandezza, tanto che nel 1827 il numero era salito a 162.928 abitanti, passando nel 1830 a 175.000; nel 1858 la popolazione della Contea risultava composta da 195.270 abitanti”.
Gorizia non era stata ancora valorizzata turisticamente dal Czoernig e ufficialmente “Nizza dell’Austria”: un rapporto spedito a Vienna nel 1838 la definisce «una città insignificante fuori dalle vie commerciali». Gorizia era collegata a Udine da un tracciato che dalle pendici del castello, attraversando Borgo Piazzutta, oltrepassava l’Isonzo. Verso est c’era la strada che, passato San Pietro, portava nella valle del Vipacco. L’esportazione dei vini in Carinzia era agevolata da una strada che scavalcava l’Isonzo a Canale. La principale via dei traffici principale era quella che portava a Trieste passando per Monfalcone. Libertà, uguaglianza, fratellanza: i germi dei tempi nuovi avevano comunque fatto breccia anche a Gorizia, dove si cominciano a sviluppare i vari nazionalismi, mutando il quadro di una convivenza pacifica di italiani, slavi e austriaci. I moti del 1848 che scoppiarono in Francia, in Germania, in tutta l’Italia ma anche nel territorio dell’Impero Austroungarico furono contro i regimi assolutisti, ma nel Lombardo Veneto (le 5 giornate di Milano) ebbero anche uno spiccato spirito nazionalistico. Anche l’Impero fu costretto d’alcune riforme, per nulla marginali, abolendo le servitù feudali e promuovendo le Camere di Commercio. Francesco Giuseppe capisce che grazie a un accordo con le classi industriali e commerciali la monarchia può assicurarsi la tenuta di un sistema piuttosto instabile, mediando le esigenze tra classi dirigenti e ceti più bassi, tra la borghesia e l’aristocrazia fondiaria. Sono i germi del mito della monarchia asburgica sovranazionale e paternalista che avrà la capacità di mantenere per oltre settant’anni l’unità dell’impero austriaco, poi trasformato in austro-ungarico. La Camera di Commercio Gorizia fu istituita nel 1850.
Gorizia e Trieste, un legame indissolubile ma sempre contrastato: nella prima relazione della Camera di Commercio goriziana Ettore Ritter approfondisce i rapporti tra Gorizia e Trieste evidenziando la straordinaria crescita dell’economia triestina grazie ai capitali introdotti dal fiorente commercio internazionale mentre lo sviluppo economico del Circolo goriziano, nella prima metà del secolo, segna il passo. Ma intanto la costruzione della nuova stazione ferroviaria meridionale nel 1860 dà nuovo slancio alla città e sulla strada alberata (oggi Corso Italia) costruita sul modello dei boulevard francesi si innesta una nuova direttrice di sviluppo con una notevole crescita dell’edilizia. Un’altra importante arteria (l’attuale viale XX Settembre) collega con il nuovo ponte sul Corno i dintorni densamente popolati dei Giardini Pubblici al ponte del Torrione. Gorizia è una città con una netta prevalenza di italiani, mentre i dintorni orientali sono a grande maggioranza slovena. Nasce un dissidio sull’uso ufficiale delle lingue, ma soprattutto sorge il progetto Slovenia Unita che prevedeva l’unione di tutte le regioni slovene comprendendo anche Gorizia. La circostanza favorisce l’insorgente irredentismo italiano che vagheggiava l’appartenenza di Gorizia al Regno d’Italia con confine sulle Alpi Giulie, come riferisce Prospero Antonini nel libro Friuli Orientale.
Scritto da Rossella Dosso
Anton von Mailly rappresenta la sintesi di quella straordinaria multiculturalità d’impronta mitteleuropea cha ammantava la Gorizia ottocentesca, dove nacque nel 1874. Discendeva dal nobile casato francese dei conti Chaurand de Mailly St. Eustache, cognome successivamente italianizzato in Ciaulandi. Un suo bisnonno, abbandonata la Francia, era entrato nell’esercito austriaco e una volta in pensione si stabilì, come accadeva per tanti rappresentanti dell’alta borghesia e del ceto dirigente militare, nella Nizza Austriaca. Il padre di Anton, Giovanni, era nato a Brazzano da madre friulana mentre la mamma era una von Premerstein, nobile famiglia slovena originaria della valle del Vipacco. La sua formazione si giova pertanto di un fecondo amalgama culturale che assimila anche l’influenza delle sue antiche origini francesi. Vive a Gorizia tutta la sua giovinezza e a diciannove anni si trasferisce a Trieste per intraprendere la carriera impiegatizia nelle Dogane, affiancata da studi di carattere etnografico che lo inducono a raccogliere una cospicua messe di contributi folklorici, miti e saghe riversati in Leggende del Friuli e delle Alpi Giulie, opera pubblicata a Lipsia nel 1922. Morì a Vienna nel 1950. Uno dei tanti aneddoti riferiti ai suoi trascorsi goriziani rivela che “a pochi passi dalla Stella d’oro vi era una misteriosa casa di campagna” teatro di un drammatico episodio di violenza familiare al culmine del quale il proprietario venne ucciso da suo genero. La Stella d’oro era una locanda in Piazza Sant’Antonio, sede tra l’altro, come ci narra Mario Ranieri Cossar nella sua “Gorizia d’altri tempi”, della Società Filarmonico-drammatica goriziana. Von Mailly racconta che dall’interno della villa di colore rosso sangue “provenissero dei rumori e che in certi periodi apparisse addirittura lo spirito dell’assassinato”. Vicino alla Casa Rossa, che aveva ospitato una locanda di campagna, incrociava un viale di ippocastani e platani (l’attuale via Alviano) mentre davanti all’edificio sostava preparandosi all’entrata in città la carrozza postale e un pittoresco postiglione, dopo aver suonato la cornetta, annunciava “trarrà, trarrà, la posta è qua”. Di questa casa si raccontavano cose impressionanti e pare che “ai tempi di Maria Teresa nella Casa Rossa tenessero le loro riunioni gli affiliati di una società segreta o addirittura i massoni e che una volta, all’ora dei fantasmi, sul crocicchio qualcuno avesse visto il maligno trascinare via dalla casa un oscuro individuo”. A seguito di quel fatto fu dipinta sopra l’arco del portone l’effige della Madonna: “si trattava di una copia di buona mano dell’immagine miracolosa venerata nella chiesa dei Francescani che si ergeva di fronte alla Casa Rossa su un colle soleggiato”. Il Monastero è quello della Castagnavizza dove riposano Carlo X e la sua famiglia. Oggi la Casa Rossa, il principale valico che porta in Slovenia, sgualcito biglietto da visita per chi entra in città, versa in una vergognosa situazione di incuria e d’ abbandono come Gorizia 3.0 ha reiteratamente denunciato. A seguito delle nostre incalzanti iniziative il Sindaco ha promesso un restyling mirabolante stanziando dei fondi poi dirottati sul parcheggio multipiano di via Manzoni e ora la situazione è in stand bay. Un procedere a tentoni che è del resto il refrain di questa orribile amministrazione comunale.
Scritto da Antonio Devetag
Il 15 ottobre del 1836 una lunga teoria di aristocratiche carrozze attraversò l’Isonzo dal ponte del Torrione. Nel cuore del convoglio ne spiccava una sulla quale viaggiava Carlo X di Borbone, re senza regno, che l’insurrezione delle “Tre Gloriose” giornate di Parigi aveva precipitato nell’esilio costringendolo a riparare dapprima a Holyrood, nei verdi colli scozzesi, e poi su invito dell’Imperatore d’Austria Francesco I nel castello di Praga, residenza adeguata al suo rango. Tuttavia, quando il gelo boemo si rese insopportabile, l’incombere di una virulenta epidemia di colera spinse il sovrano ad orientare la bussola verso lidi più temperati: scelse Gorizia, luogo ameno e già in odore di Nizza austriaca, dove godendo di un clima ottimale vi avrebbe trovato la pace anelata. Ma non solo quella terrena: appena sistematosi a Palazzo Coronini, il re soleva passeggiare in città e nei suoi dintorni senza che nulla lasciasse presagire ciò che la Tiche gli avrebbe riservato di lì a poco. Infatti, il 4 novembre egli riferì dei dolori addominali: un attacco di colera talmente violento che all’alba di due giorni dopo Carlo X di Borbone rese l’ultimo respiro, vinto da una malattia che – raccontano le cronache – registrò nel Goriziano 245 casi dei quali 42 mortali. Ancorchè cacciato dal potere, un monarca ne conserva il titolo: secondo le disposizioni asburgiche questo fu il leit motive dei suoi funerali sontuosi, dove il carro funebre, muovendo da Palazzo Coronini, raggiunse la cattedrale per la cerimonia pomposa officiata dal vescovo. Quanto alla sepoltura, esclusa l’inumazione in Francia, allorché si prospettavano diverse soluzioni, ci aveva pensato Carlo X stesso a tagliare la testa al toro: infatti prima di morire aveva manifestato la volontà di essere sepolto nel Convento della Castagnavizza, oggi in Slovenia, a due passi da Gorizia, nella cripta dei conti Della Torre. A ricordo della sua permanenza il conte Guglielmo Coronini volle intitolargli la stanza in stile Impero dove vi aveva soggiornato, mentre il ritratto eseguito da Vincent Poiret e una ciocca di capelli tagliata sul letto di morte ne certificano la presenza del re. Fin dall’arrivo a Gorizia il duca e la duchessa d’Angouleme (Luigi XIX e Maria Teresa, principi di Francia), Enrico V, duca di Bordeaux e conte di Chambord, e la sorella Luisa Maria, avevano vissuto austeramente nell’edificio di Palazzo Strassoldo in Piazza Sant’Antonio, ricevendo due volte a settimana l’aristocrazia goriziana, i francesi residenti e quelli di passaggio a Gorizia, mentre in estate essi soggiornavano per alcuni mesi nel castello di Frohsdorf nei pressi di Vienna. Nel 1875 Enrico V e la consorte Maria Teresa d’Este vissero per un breve periodo a Villa Attems e dal 1880 furono ospiti a Palazzo Lantieri di Elena Baronio di Valrosatta Lantieri, com’è testimoniato dalla lapide di marmo nero collocata all’ingresso. Anton von Mailly, etnografo e cultore delle tradizioni, che visse a Gorizia fino all’età di diciannove anni, ci ha trasmesso il ricordo della cerimonia funebre di Enrico V, ultimo discendente della famiglia che aveva regnato in Francia per oltre due secoli, che si tenne “in una splendida giornata di agosto dell’anno 1883” quando la città si affollò dei suoi sostenitori muniti di bandiere, stendardi e coccarde, i quali “avevano portato con sé sacchetti di terra da tutti i dipartimenti della Francia, affinché il loro re Enrico V (togliere) riposasse su terra francese”. Come il nonno Carlo X, suo figlio e sua nuora, in realtà egli (Enrico V – togliere egli) vi riposa assieme alla consorte e alla sorella in una cripta del Monastero che svetta tra le verdi colline del Collio, dove un pezzo di Francia è adagiato sul terreno fecondo di quella che nel 2025 sarà la Capitale Europea della Cultura.
Gorizia3.0 è un’associazione culturale fondata da giovani studenti universitari e giornalisti che si propone di promuovere attività al fine di sollecitare una più attiva partecipazione civile, politica, culturale dei cittadini del Friuli Venezia Giulia e del territorio goriziano in particolare.
Sito curato da Elenia Natoli e Antonio Devetag
Sito curato da Elenia Natoli e Antonio Devetag
Il contenuto di questa pagina è protetto da copyright.