“Gorizia giace tra vigne e festose, altissimi gelsi, olivi sempre verdeggianti. La città è serena e felice in specie per il clima gradevole, per la bontà del vino, per la limpidezza delle acque, della sua amena fertilità gioiscono tutti i colli, soprattutto quelli che stanno alla destra dell’Isonzo e che si esaltano nella prelibatezza del vino e della frutta”. Questo l’idilliaco quadro che dipinge Antonio Musnig, protomedico, sulla Gorizia del ‘700 nel libro “Clima Goritiense”, compendio delle condizioni climatiche, ambientali ma anche economiche e culturali della Gorizia settecentesca.
Il secolo era cominciato con grandi lavori alle mura del castello di Gorizia, nel 1702: ricorda lo storico Morelli che “furono demolite case e strappati a cinquanta passi (dalle mura) gli alberi e le viti che si trovavano troppo vicino alle muraglie”. Accadde dopo il bombardamento del porto di Trieste da parte di navi francesi nel corso della Guerra di Successione spagnola. Una delle infinite guerre che hanno insanguinato l’Europa. Solo un anno dopo i “cugini d’Oltralpe” incendiarono Aquileia dopo averne saccheggiato le case. Ma fu anche l’anno in cui terminò il restauro del Duomo, che era cominciato nel 1682. Intanto moriva a Vienna l’imperatore Leopoldo, che aveva visitato Gorizia nel 1660, cui succedette Giuseppe Primo, per un brevissimo regno di sei anni in cui riuscì nel 1705 a confermare gli antichi privilegi cittadini a Cormons. Un premio anche per il fatto che in tempi lontani i cormonesi si erano sottratti al dominio dei Patriarchi per affidarsi ai Conti di Gorizia.
Il nuovo secolo sembrava insomma scorrere tranquillo. Ma soltanto in apparenza, poiché nei dintorni di Gorizia sta maturando una tragedia, che deriva dall’imposizione, nel 1713, di una tassa sul sale e sulle carni che colpisce in particolare le popolazioni slovene della Valle dell’Isonzo. Soprattutto gli agricoltori protestano e il loro malumore si estende al Carso goriziano. La rabbia e l’insoddisfazione sfociano ben presto in una vera e propria protesta: richiamati dalle campane di tutte le chiese dei paesini, in seimila scendono dalla Valle dell’Isonzo, armati di falci, forche, mazze ferrate. Non vanno per il sottile: demoliscono la casa dell’esattore Bandeu – sempre ricordato come uomo avido e senza senza scrupoli – e assediano il castello costringendo il Capitano Cobenzl a liberare i loro compagni, arrestati precedentemente. Un tumulto che diventa una sorta di sciopero generale per cui tutti o quasi gli agricoltori del Goriziano chiedono ai loro padroni, quasi sempre nobili goriziani, di rivedere le misure paghe. Gli aristocratici goriziani chiedono soccorso a Vienna, che reagisce immediatamente: si fanno arrivare 500 armati croati poi rafforzati da 550 ungheresi. Nell’attuale piazza Vittoria vengono piazzati otto cannoni. L’armata imperiale sbaraglia i rivoltosi, i soldati asburgici arrivano a Tolmino e catturano i capi della rivolta che vengono processati, oggi si direbbe “per direttissima”, e condannati a morte. La sentenza viene eseguita in Piazza Vittoria, con particolare efferatezza: per primo viene decapitato il loro capo Giovanni Gradnich, poi tocca ad altri. I giustiziati vengono fatti a pezzi: braccia, gambe, torsi e teste vengono esposti in vari luoghi della città.
A parte questo episodio tenebroso, che dimostra che le lugubri usanze medievali erano dure a morire, la vita di Gorizia prosegue e vede un certo sviluppo dell’economia. Nel 1724 a Farra s’impianta un filatoio per lavorare la seta e si costruiscono nuove strade. Il successore di Giuseppe Primo, Carlo VI, annuncia la sua visita a Gorizia. Non farà una visita memorabile, come quella di Leopoldo nel secolo precedente: si ferma tre giorni e di fretta riparte per la metà reale, Trieste, città a cui accorderà il diritto di Porto Franco, alla base del suo grande sviluppo futuro. Nel 1734 viene costruito il ponte che congiunge Gorizia con il borgo Carinzia. Con la morte di Carlo VI nel 1740, si esauriva la linea maschile della casata degli Asburgo. Le succedeva Maria Teresa, in virtù della Prammatica Sanzione con cui il previdente Carlo VI, già nel 1713 aveva rivoluzionato la secolare legge inserendo la possibilità di una Imperatrice femmina. Ma per diventare Imperatrice del Sacro Romano Impero Maria Teresa doveva avere il riconoscimento di vari regnanti europei e non lo ottenne, ad esempio, da Federico Secondo di Prussia. Fu l’amatissimo marito Francesco (dal quale ebbe 16 figli) ad assumere questo titolo mentre Maria Teresa si accontentò del titolo di Imperatrice Consorte. Maria Teresa, vera sovrana a tutti gli effetti, fu tra gli artefici di una delle operazioni epiche riguardanti Gorizia, convincendo il Papa Benedetto XV a chiudere il capitolo del Patriarcato di Aquileia e creare due nuovi arcivescovadi, quello di Udine e quello di Gorizia, che dirimeva tra l’altro un’ambiguità territoriale diventata insostenibile tra Serenissima e Asburgo. Quindi, dopo la Bolla Papale Iniuncta nobis del 1751 il papa nomina il primo vescovo goriziano, Carlo Michele conte d’Attems. Si apre per Gorizia quindi, nella seconda metà del Settecento, uno dei periodi d’oro della nostra città.
Un fiorire di riforme e di miglioramenti della burocrazia: viene istituito il pubblico catasto mentre vengono definiti i confini austroveneti; viene creato il Magistrato Commerciale a Gorizia; vengono istituiti i provvedimenti a vantaggio della produzione della seta: si permette di piantare gelsi “a proprio vantaggio” nei terreni comunali e camerali. Nel 1753 il marchese Francesco Alvarez fonda un orfanotrofio (nell’attuale via Diaz) destinato anni dopo a diventare Il Civico Ospedale. I primi seminaristi entrano nell’attuale palazzo di via Alviano, sede dell’Università di Trieste l’8 dicembre del 1757. Nel 1765 viene fondata Gorizia la Società di Agricoltura, Arti e commercio, prodromo della futura Camera di commercio che sarà istituita ufficialmente nel 1850 e cancellata nel 2014. Nella Bassa friulana vengono bonificati dodicimila campi, restituiti alla coltivazione. Insomma, la Gorizia della seconda metà del ‘700 è tutto un fervore di attività: nasce nel 1754 la tipografia italiana di Giuseppe Tommasini; Maria Teresa dona nel 1756 oltre duemila tubi di piombo per portare l’acqua da Cronberg a Gorizia. Nell’attuale piazza De Amicis, allora chiamata piazza Corno, sorge il sontuoso palazzo Attems-Petzenstein, oggi Pinacoteca dei Musei Provinciali, su disegno dell’architetto goriziano Nicolò Pacassi, destinato a entrare nell’entourage di Maria Teresa e poi futuro artefice della ristrutturazione della reggia di Schönbrunn. Da notare che nel 1774 usciva il primo periodico della Venezia Giulia, la Gazzetta Goriziana che riportava notizie di cronaca cittadina e provinciale.
Maria Teresa governatrice illuminata di un impero immenso aveva un occhio di riguardo per Gorizia e i goriziani, che restarono sgomenti quando annunciò di non poter venire a Gorizia, per la visita che era stata programmata per il 1773. Infatti, già nel 1772, la città si era trasformata in un cantiere in continua, febbrile attività. Si ripulirono strade e corti, furono demolite case, si fecero intonacare le costruzioni che si affacciavano in quello che si sperava sarebbe stato il corteo imperiale. A Gorizia la sovrana avrebbe dovuto incontrare l’Arciduca di Toscana, Pietro Leopoldo di Lorena e la sua famiglia, tanto che il personale viennese della Corte aveva già fatto sopralluoghi in città. Gorizia rimase estremamente addolorata per la rinuncia peraltro ampiamente giustificata da malori vari: “Tutto si ammutolì – narra il Morelli – come se dal più chiaro giorno passati fossimo in un istante alla più buja notte. Tale era il disgusto e tale la tristezza, che si diffuse con rapidità sopra tutte le classi di persone”.
Intanto, rassicurata del potere asburgico, confortata per le attenzioni imperiali, l’aristocrazia goriziana, cui cominciava a unirsi la sempre più ricca classe borghese, si dedicava alle arti e alla cultura. Nacque così nel 1780 l’Accademia Romano-Sonziaca. Viene fondata da Giuseppe De Coletti, ex gesuita. Anche il raffinato conte Sigismondo d’Attems, il quale intratteneva stretti rapporti con Metastasio, il Vate di quel tempo, fondò una sua Accademia chiamata “dei Filomeleti”. Questo mondo felice e un po’ frivolo si occupava anche di argomenti scientifici e sociali: memorabile fu la lettura pubblica di Bartolomeo Patuna sui “Crinoni” piccoli vermi che infestavano la pelle dei bambini della Bassa friulana, per il sudiciume in cui vivevano. I componimenti poetici di quest’accademia goriziana non sono memorabili, e testimoniano un ambiente culturale non toccato dalle nuove tendenze letterarie che si stavano affermando in Europa.
E nel 1780 morì anche Maria Teresa d’Austria. Le succede il figlio Giuseppe Secondo, “despota illuminato” che era abbeverato in giovinezza sugli scritti di Voltaire e degli enciclopedisti francesi. Nel 1782 abolisce le servitù personali dei contadini, abolisce la tortura, inserisce nei tribunali la proporzionalità della pena, abolisce l’esenzioni dell’imposta fondiaria di cui godevano le proprietà della Chiesa, rimpinguando le casse dello Stato, ma facendosi molti nemici a Roma. Per quei tempi un rivoluzionario. Per Gorizia non è il massimo: gli antichi apparati amministrativi e di autogoverno passano sotto Trieste. Non è tutto: Giuseppe Secondo abolisce le confraternite religiose e la maggior parte dei conventi da cui quello della Castagnevizza. Vien soppressa addirittura dopo solo trent’anni di vita, la sede arcivescovile, che passa sotto Lubiana. Il suo successore Leopoldo II rimette le cose a posto. Viene restituita una certa autonomia a Gorizia, rinascono gli Stati provinciali. Il 20 marzo 1791 arriva a Gorizia il primo squadrone di Cacciatori a cavallo dell’Armata di Napoleone: Tutto cambierà, per oltre vent’anni.
Scritto da Rossella Dosso
“I vini erano eccellenti; vi era un certo vino rosso che si chiamava fa figlioli e che dava motivo a delle graziose lepidezze…”. Così’ un diciannovenne Carlo Goldoni a proposito dei vini serviti al pranzo, ospite dei conti Lantieri a Vipacco. Dove l’uso di quel sostantivo – lepidezze – che appare oggi desueto ma oltremodo significante ci dà la cifra dell’aura di piacevolezza e di facezia che animava il convivio. Nel quale il vino che colpì di più il commediografo non era come prevedibile: inebriante, estasiante, ubriacante. No, il Goldoni per definirlo rinviene nel suo registro narrativo un neologismo – quel fa figlioli – che potrebbe apparire poco poco sguaiato, ma che rientra in quella modalità espressiva colloquiale e popolaresca che è una delle ragioni del suo straordinario successo. Il pranzo dove “la tavola era copiosissima…vi erano sopra lepri e fagiani con un ammasso di starne, pernici, beccacce, beccaccini e tordi, e terminava la piramide con allodole e beccafichi” si tenne nel 1726, durante il suo soggiorno durato quattro mesi, al seguito del padre medico di fiducia del Conte goriziano Antonio Francesco Lantieri. Il Goldoni ci racconta nelle sue Memorie che a casa Lantieri il vino si beveva da un particolare bicchiere composto da diverse palle separate da piccoli tubi chiamato gloglo, dal quale “approssimandone alla bocca la sommità, ed alzando il gomito, il vino che passava per le palle e pe’ tubi rendeva un armonioso suono”. Quello riportato è uno dei tanti, piccoli episodi sopiti nel mare magnum della straordinaria storia della nostra città e che varrebbe la pena di risuscitare.
Scritto da Rossella Dosso
Che l’aura di gran seduttore che accompagnava Giacomo Casanova fosse prova provata, ebbe modo di constatarlo personalmente il conte Luigi Torriani quando di prima mattina vide uscire una cameriera trafelata dalla stanza del veneziano.
Era il settembre del 1773 e Casanova aveva accettato volentieri l’invito del conte “d’andar a passare l’autunno nella casa di campagna che possedeva sei miglia distante da Gorizia”, lavorando alla sua “Istoria delle turbolenze della Polonia” che sarebbe stato pubblicato a Gorizia l’anno seguente. La location era quella del Castello di Spessa, a Capriva, e la cameriera era Gualda, “una giovane contadina, una povera vedova, molto bella e molto amabile” che ogni notte entrava nella camera del Casanova per uscirsene il mattino seguente. Il conte non gradì, tanto che i due nobiluomini vennero alle mani. Casanova ebbe la meglio e trovato un carretto che lo portasse a Gorizia davanti all’Albergo Alla Posta (il palazzo che oggi ospita la sala Dora Bassi) incontrò il Torriani stesso che lo aveva preceduto, per riappacificarsi.
Nelle sue Memorie il Casanova ci racconta che si trattenne a Gorizia “fino alla fine del 1773 e durante le sei settimane di quel soggiorno vi trovai tutti gli svaghi che potevo desiderare”. Ne siamo lieti.
Scritto da Rossella Dosso
Un architetto goriziano ha disseminato con le sue chiese, le sue dimore, i suoi palazzi tanta parte dei territori dell’ex Impero Asburgico. Stiamo parlando di Nikolaus Leonard Von Pacassi, ricordato semplicemente come “il Pacassi” che della nutrita stirpe di costruttori goriziani è un po’ il capostipite. Fu figlio d’arte: suo padre era lo scultore goriziano Giovanni Pacassi, che essendo stato chiamato a Vienna per alcuni lavori nella Chiesa dei Cappuccini ebbe il nostro il 5 marzo del 1716.
Giovanni era un protetto del potente Sigismondo d’Attems che prese sotto la sua ala benefica anche il giovane Nicolò affidandogli lavori che ancora oggi abbelliscono Gorizia, come il palazzo Attems di Santa Croce, oggi sede del Municipio e qualche anno dopo Pacassi il sontuoso Palazzo Attems Petzestein (1745) che oggi ospita la Pinacoteca un tempo parte dei Musei provinciali e oggi sottratta alla comunità goriziana, gestita dall’Erpac regionale.
Ma torniamo al Pacassi: di sua mano fu anche la bellissima villa Attems che sorgeva ai piedi del Calvario a Piedimonte, con vista sulla Riviera dell’Isonzo. Entrato nelle grazie dell’imperatrice Maria Teresa nel 1748 scalò rapidamente i gradini di una carriera strepitosa passando da Baumeister (costruttore) a sovrintendente generale di Sua Maestà: il piu’ importante architetto della corte viennese. In questa veste la sua impronta architettonica, la sua visione che potremmo definire pre-neoclassica abbellisce l’Impero. Ecco ad esempio la realizzazione del convento di Maria Immacolata a Praga, la bella Kreuzkirche di Vienna, città dove lavorò alla ristrutturazione della reggia di Schonbrunn. Di sua mano anche l’altare maggiore della Hofkirche di Innsbruck e A Klagenfurt il palazzo dell’’arciduchessa Maria Anna, completato in soli due anni 1769-1771.
Un grande goriziano di cui andare fieri, cui sarebbe bello dedicare una mostra. Una città non deve dimenticare la sua cultura, i suoi protagonisti di levatura europea. Oppure un migliore approfondimento su wikipedia, dove il nostro prestigioso concittadino è liquidato in quattro righe: ma cosa ci stanno a fare, se no, i responsabili alla cultura? Per chi volesse approfondire, Emanuela Montagnari Kokelj e Giuseppina Perusini curarono il bel catalogo della mostra Nicolò Pacassi architetto degli Asburgo: architettura e scultura a Gorizia nel Settecento, Edizioni della Laguna, 1998: meriterebbe una riedizione.
Gorizia3.0 è un’associazione culturale fondata da giovani studenti universitari e giornalisti che si propone di promuovere attività al fine di sollecitare una più attiva partecipazione civile, politica, culturale dei cittadini del Friuli Venezia Giulia e del territorio goriziano in particolare.
Sito curato da Elenia Natoli e Antonio Devetag
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